Call Center, creature mitologiche, colpevoli di aver imprigionato nelle loro grinfie centinaia di giovani, costringendoli ad un lavoro stressante e sottopagato. Status symbol del fallimento, sono considerati l’ultimo gradino della scala lavorativa: ma ancora non è chiaro il perché.
Ci sono molti miti intorno ai call center e alla figura dell’operatore telefonico, metaforicamente incatenato ad una sedia tutto il giorno, peccato che nessuno di questi sia vero o quasi.
Certo, anche questo lavoro ha dei lati odiosi, ma rimane comunque un impiego come un altro dove a fare la differenza tra “il bene e il male” è il “capo”.
A guardarsi bene intorno, l’Italia è piena di luoghi di lavoro dove le condizioni sono pessime i datori di lavoro disonesti. Il nostro paese è disseminato di trappole del genere, e ogni giorno sono tantissime le persone che ci cadono, restando imprigionati come una mosca in una ragnatela.
Ironia della sorte?
Quello nei call center – il lavoro più umiliato del mondo – è stato l’ancora di salvezza di qualcuna di queste “mosche”. Susy Bevar in primis. Ecco la sua storia.

Ero la receptionist di un’azienda edile. Lavoravo mezza giornata per uno stipendio modico, e l’ambiente di lavoro era pessimo.
Ho deciso di provare questo nuovo lavoro e, ad essere sincera, avevo molti dubbi.
Oggi ho 37 anni e da 10 lavoro in RèSpeak.
Grazie alla continua formazione sono cresciuta tantissimo – sia professionalmente che come persona – e sono diventata la CCM di una delle sedi.
Ho avuto la rèale opportunità di valorizzare le mie doti naturali, e posso permettermi di comprare alle mie figlie qualsiasi cosa.
Nonostante tutto ho ancora voglia di crescere e farmi strada all’interno dell’azienda.
Direi che tutti i dubbi in merito a quest’azienda e a questo lavoro sono spariti… dal un bel pezzo.

Vedi il bicchiere sempre mezzo pieno e il sorriso è il tuo segno distintivo?

SCEGLI SUSY!
Tirerà fuori il meglio di te accompagnandoti per mano verso la tua Rèale Opportunità!
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